La signora DANZA

Salve cari!
Stasera vi scrivo da una posizione alquanto inusuale, sono tutta contorta con un cuscino dietro la schiena perché..bhe, sì, diciamolo, perché sono una cretina.
Mio fratello mi ha sfidato a una gara di ponti. Lo avete mai fatto durante l’ora di educazione fisica? Io sì, moltissime volte, e mi veniva benissimo. Già, peccato che sono 3 anni che non pratico sport decentemente e grazie alla genialiata di questa sera, questo è il risultato che mi merito. Ahi, mi sono mossa. Immagino che dormirò sulla sedia questa notte, ho un dolore assurdo alla schiena.

Ma, ovviamente, come ogni mio post che si rispetti, non volevo parlarvi del mio lancinante mal di schiena, questo è solo un pretesto.
Vi voglio parlare di una delle mie passioni segrete, ma neanche tanto.
Segreta perché non la pratico, quindi chi mi conosce non direbbe mai che questa sia una passione, ma questo non vuol dire che non l’adori.

Sto parlando della danza.

La magica, affascinante, meravigliosa danza. Quella che mi cattura ogni qualvolta vedo qualcuno danzare, quella che mi commuove quando vedo un tango, quella che mi fa scatenare, rilassare, sfogare quando non ce la faccio più. Quella che ho iniziato a 6 anni, da piccina e smesso a 12.

Forse è uno dei rimpianti più grandi che ho, quello di aver smesso di ballare.
Ho smesso perché nessuna delle mie amichette avrebbe continuato a ballare nel nostro gruppo e quindi, a 12 anni che fai? Ovviamente lasci perdere anche tu.

Ah, se solo mia mamma mi avesse spronato di più a continuare. Non dico che sarei diventata una ballerina, mai, ma sicuramente avrei un modo per evadere un po’ dal mondo, quando la musica inizia, quando il tuo corpo non è più sotto il tuo controllo, ma viene cullato dalle note della canzone, quando senti che stai comunicando qualcosa di importante, pur non aprendo bocca.

Sapete, quando ho iniziato ero una bambina cicciottella e la cosa mi è pesata fin da subito. Col senno di poi dico invece che nessun altro me lo faceva pesare, tranne me stessa. Sì perché la mitica maestra Orietta mi metteva sempre in prima fila, mi faceva fare la coreografia di riscaldamento, ero quella che teneva i conteggi dei passi e aiutavo le bambine che non se li ricordavano. E quando si provava per il saggio di fine anno (che emozione che provavo ad esibirmi su un palco vero, con le travi di legno e le tende che scendevano rosse, proprio come i veri sipari in un vero teatro) ero sempre io in prima fila che cercavo di aiutare le altre.

Ciononostante provavo imbarazzo, soprattutto quando dovevamo provare i costumi per il saggio. Me ne ricordo uno per uno e, dovete considerare che per ogni saggio cambiavamo circa 5/6 costumi e di saggi ne ho fatti 6. Ogni costume era una tortura per me, così come ogni prova costume.
Ma dimenticavo tutto quando le luci si spegnevano, la prima nota iniziava, io alzavo lo sguardo e guardavo il mio adorato punto fisso. Di solito si consiglia di immaginare il pubblico tutto nudo, ma io mi vergognavo solo all’idea di avere un pubblico che mi stesse guardando. IO ballavo per me stessa e nessun altro. Per questo stabilivo il mio punto, là, in fondo alla sala, tra le due tende di colore rosso fuoco dell’entrata e iniziavo a ballare. E i passi venivano da soli, per quante volte li avevo provati e tutto era così magico.

E così ho ballato vestita da ballerina di Can Can, da Gatto – Lucifero, da Spice Girl (che incubo quella minigonna addosso a me), da Lara Croft, da Fiore, da Farfalla e..da molte altre cose. Mi ricordo addirittura i passi di un balletto sulle note degli ‘N Sync (ovviamente Bye Bye Bye).. Quanto piacevano alla maestra.
E la magia, però, finiva presto. Ed ero così triste quando alla fine del saggio ci consegnavano i diplomi, non avrei rivisto le amichette, la maestra per un’intera estate. Ma soprattutto non sarei entrata nella sala, non avrei fatto riscaldamento, non sarei stata la prima della fila, almeno durante le prove.

Sì, il più grosso rimpianto. Ma non è detto che non ricominci. Dopotutto ballo ancora. Da sola, senza un pubblico, nella mia camera.

Niente è cambiato. Alla prima nota, mi perdo, scrivo una storia senza che nessuno la legga, ma poco importa, la storia la scrivo per me.

Avrei voglia di imparare i latino americani. Ma mi manca il coraggio di iniziare e anche un partner, a dirla tutta.

Vi lascio un pensiero di uno dei più grandi DANZATORI che siano mai esistiti. Lo confesso, mi commuovo quando lo vedo DANZARE, e penso che anche il suo pensiero sia toccante.

La danza è tutta la mia vita. Esiste in me una predestinazione, uno spirito che non tutti hanno. Devo portare fino in fondo questo destino: intrapresa questa via non si può più tornare indietro. È la mia condanna, forse, ma anche la mia felicità. Se mi chiedessero quando smetterò di danzare, risponderei “quando finirò di vivere”.

— Rudolf Nureyev

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Kaylali

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